I Miei Matti

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I Miei Matti

Vittorino Andreoli

Sottotitolo: Ricordi e storie di un medico della mente
Anno: 2004

Trama: L'opera si presenta quale autobiografia dell'autore e narra a tinte vivaci la sua esperienza di psichiatra e la sua relazione con il mondo della follia.

La narrazione si apre con la data del 1959, anno in cui Andreoli, poco meno che ventenne, decide di fare lo psichiatra dopo aver terminato gli studi liceali. Una decisione presa anche su consiglio del suo professore di filosofia Arturo Pasa: "se davvero vuoi fare filosofia, iscriviti a una facoltà scientifica".

È l'inizio di un amore incondizionato che lo spinge fino alle porte del manicomio di Verona, il San Giacomo della Tomba. Qui egli trascorre il suo tempo libero, a stretto contatto con i malati, con quei pazzi che la società del perbenismo e della "normalità" aveva emarginato fino ai limiti del mondo cosiddetto "normale" e rinchiuso in un luogo terrificante ed efferato, dove "i matti erano immobilizzati in camicie di forza, legati e costretti su sedie fissate alle pareti; tra urla ma soprattutto in una puzza terribile di feci e di orina. Donne private di qualsiasi dignità, ammassi di carne nuda gettati sul freddo del pavimento, corpi legati alle pareti e lordi di escrementi: un girone dantesco" (I miei Matti pag10).

Il capitolo secondo ci pone all'attenzione la vicenda di un uomo, Carlo Zinelli, a cui era stata diagnosticata una schizofrenia, probabilmente dovuta ad un trauma pregresso. Egli, infatti, aveva partecipato alla guerra in Spagna e in Grecia, ma al ritorno da queste cominciò a mostrare i primi segni di follia e di chiusura nel confronti del mondo esterno. Era in grado, tuttavia, di trasmettere le proprie emozioni tramite il disegno e la pittura. È il 1961 quando Andreoli parte per Parigi, con l'intento di mostrare le opere dei suoi matti e in particolare quelle di Carlo Zinelli a Jean Dubuffet, che aveva dato principio al movimento artistico dell'ART BRUT. Nel 1966 si laurea in medicina e chirurgia, con una tesi sperimentale e nel frattempo, in una sorta di vita parallela, era stato protagonista nell'atelier del San Giacomo della Tomba, scoprendo il volto colorato della pazzia e rompendo il concetto di inconciliabilità tra arte e follia.

Seguono diversi capitoli sull'esperienze del giovane medico all'estero, in Inghilterra e negli Stati Uniti, presso gli istituti di ricerca dell'Università di Cambridge e Cornell University di New York. Sono anni però che, usando le parole dell'autore, lo hanno allontanato dalla sua vera vocazione, il manicomio. Nel '73 decide così di abbandonare il mondo della ricerca e di ritornare in Italia, entrare in manicomio e "dare inizio ad un'altra storia".

È questo il periodo dei grandi sconvolgimenti culturali, politici e sociali, della contestazione. "Ben presto infatti la contestazione, che era contro tutto, la Chiesa, la famiglia, l'università, arrivò anche ai manicomi. E produsse un risultato straordinario: la loro chiusura." (I Miei Matti pag 94)

Con la legge del 1978 cambia tutto. A cominciare dalla definizione di matto, che non è più "colui che è pericoloso a sé e/o agli altri ed è di pubblico scandalo", ma diventa un disturbato o un malato psichico. In questo contesto, Andreoli si trova a lavorare come direttore dell'ospedale psichiatrico di Verona, non più il San Giacomo della Tomba, ritenuto troppo vecchio ed angusto, ma quello di Marzana. Sono questi i capitoli più rilevanti, narrati con stile semplice, ma nel contempo evocativo e carico di pathos, in cui l'autore lascia trasparire tutta la sua esperienza e dedizione per il malato, il matto, ad immedesimarsi in esso fino assurgere ad un rapporto di empatia tale da realizzare quella affascinante relazione interumana e transumana del "dare-avere" fino alla fine, fino all'ultimo giorno, quello della decisione di abbandonare per sempre i luoghi della follia.

Nel capitolo decimo sono narrate le vicende che hanno accompagnato la vita dei pazienti. Storie di uomini e donne compresse in poche righe stereotipe di una cartella clinica, frasi aride, prive di qualsiasi traccia di umana esistenza. "Ciascuna di queste vite sprecate che ho conosciuto dovrebbe diventare un romanzo intenso proprio come narrazione di una esistenza" (I Miei Matti pag 190), una esistenza che rivive nelle memorie di un medico dentro una condizione così misteriosa, che ci riguarda tutti da vicino. "Una vita strana, forse paradossale, forse assurda, ma tutto sommato una vita vera".


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